di Natalia Aspesi

Le notizie di ora in ora sono sempre più preoccupanti e l’unica consolazione anche per i contagiati è una sola: muoiono quasi esclusivamente i vecchi! I quali, soprattutto i vecchissimi, non sono affatto contenti, anche perché nipoti e bisnipoti e oltre hanno deciso di chiamarli solo nonni dando loro importanza in quanto a loro apparentati, e non in quanto persone che hanno una loro vita, e diciamo sin che c’è, un diritto alla stessa al di là della consanguineità.

Insomma se muoiono quel che conta è che i nipoti siano privati dei nonni, non che i nonni siano privati di sé stessi.

Eppure noi vecchi del coronavirus abbiamo meno paura degli altri perché siamo già all’erta per ictus, infarti, bastoni, demenza, rottura di femori, depressioni, bypass, eredi, badanti, smemoratezza, anche carrozzelle, anni azzurri, ecc. insomma un bel po’ di fastidi. In molti ci arrangiavamo a far finta di niente, frequentando corsi di flamenco o di cucina al vapore, progettando un viaggio nel deserto mongolo e immaginando di lasciare i nostri risparmietti al rifugio del gatto così solo per fare un dispetto agli amici in attesa del nostro decesso. Pare anche che qualche ottantenne tra i più briosi e si sussurra anche di sesso femminile, si rivolgeva a Tinder, non so con quanto successo e a quale prezzo. Adesso non ti rispondono neanche.

Coi parenti invece pareva saggio soprattutto lamentarsi, tanto per controllare l’eccesso di affetto e limitarne l’invadenza: prima, adesso non so, se siamo generosi li rincuoriamo, siamo chiusi in casa, ci laviamo le mani, non incontriamo nessuno, beata solitudine e pigrizia. La vecchiaia ci ha sempre costretto a far finta di essere buoni pur covando la cattiveria degli anni, e in questo senso abbiamo alimentato la leggenda della nonnità: ma oggi invecchiamo troppo e ritrovarsi nonni anche di cinquantenni ha spento l’aura fiabesca della recita; e insomma in tanti ci siamo ripresi la libertà di essere noi, io, con tutti i nostri egoismi e diritti ed errori.

Questa storia dei 65 anni come precipizio verso il contagio mortale a noi che potremmo avere figli di quella età se presto birichine, appare davvero esagerata oltre che offensiva: e allora tutte quelle punturine e interventi per essere giovani signore come le dame della tivù, e il fascino acclarato e apprezzato non si dice dei Berlusconi, ma certo dei tanti seduttori dai capelli bianchi, non contano più nulla? Non conta nulla la giovinezza tirata sino allo spasimo affinché i semivecchi continuino ad usurpare il posto dei giovani? Io penso a quell’età come al tempo più luminoso della mia vita ed è il solo che rimpiangerei se mai pensassi al passato. Sono tanti, quasi 14 milioni gli ultra 65: noi novantenni precipitiamo ma siamo ancora un po’ meno di un milione, resistendo una piccola folla di ultracentenari, circa 15mila. Credo ce ne voglia per farci fuori tutti.

Certo ci sono i vecchi malati, gli abbandonati, i poveri, quelli che pur amati e assistiti pesano sulle famiglie giovani, il lato crudele e punitivo della vecchiaia, ma non tutta la vecchiaia.

Ci sono dei futurologi tipo terrapiattisti o millenaristi o quel che si vuole che sostengono che è proprio il nostro pianeta a voler difendersi come può e come ha fatto nei secoli con pestilenze e altre maledizioni: siamo troppi, che sarà se un paio di miliardi di vecchi se ne vanno, lasciando il posto a qualche centinaio di nuovi, ammesso che ci sia ancora qualcuno disposto a prendersi la responsabilità di metterli al mondo? Consiglio affettuoso agli amici anziani: non cedete agli orfani dei post noiosissimi contro quello o quel politico magari meritevole anche di peggio: chi spaventare adesso? I vecchi ovvio e i malati delle migliaia di mali che ci opprimono oltre il coronavirus. Se per le cure fosse obbligatorio fare una scelta, tra un anziano e un giovane?

Tra un coronavirus e un infarto?

(Repubblica – 8 marzo 2020)

Il coraggio della vecchiaia